Stati di Tensione | Percorsi nelle collezioni

IN CORSO, MOSTRE

A cura di Carlo Sala

Inaugurazione sabato 17 febbraio ore 18, Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo-Milano

 

Riparte la stagione espositiva del Museo di Fotografia Contemporanea con la mostra STATI DI TENSIONE | Percorsi nelle collezioni. Il curatore Carlo Sala è stato invitato a “rileggere” i diversi fondi fotografici che costituiscono il patrimonio del Museo, creando un percorso espositivo di oltre ottanta lavori di autori italiani e stranieri e due interventi site-specific di giovani artisti contemporanei.

Il titolo della mostra richiama metaforicamente la tensione-trazione cui è sottoposta la società odierna di fronte a sfide e mutamenti epocali: dai cambiamenti climatici ai flussi migratori, alle insorgenze dei nuovi nazionalismi.
Il progetto espositivo al Mufoco vuole così proporre dialoghi inediti tra immagini, sia avvalorando le ragioni storiche che le hanno prodotte, sia innescando, mediante la loro collazione, interrogativi non previsti originariamente dagli autori e che possono essere un ideale centro di riflessione sul presente e sul passato, nonché sulla funzione politica e sociale dell’immagine.

La mostra è suddivisa in due capitoli, in cui il discorso avviato e sviluppato attraverso le opere presenti nelle collezioni viene concluso da un’installazione di artisti emergenti contemporanei, che costituiscono una sorta di chiave di lettura a ritroso del percorso e al contempo provocano un’inaspettata esplosione dei temi stessi.

Il percorso espositivo è simbolicamente preceduto dall’esposizione di fotografie provenienti da due fondi fotografici del Museo in gran parte inediti, Grazia Neri e Klaus Zaugg. Le immagini selezionate dal Fondo Grazia Neri, storica agenzia milanese di fotogiornalismo, sono una miscellanea di fotografie di cronaca della storia italiana ed europea, aventi al centro il tema del dissenso e del singolo che si solleva per cambiare la società. Queste immagini vengono messe in dialogo con le campagne pubblicitarie realizzate negli anni Ottanta dal fotografo di moda Klaus Zaugg, connotate da un forte edonismo, attivando un cortocircuito inaspettato nella relazione dei due volti contrapposti della stessa società: da un lato l’impegno civile e dall’altro l’iconografia del consumismo.

Il primo capitolo ragiona sulle forme di esclusione (per motivi politici, razziali, economici) come base delle tensioni sociali che dagli anni Settanta del Novecento a oggi hanno caratterizzato la nostra società.

Il percorso inizia con alcune fotografie sociali: la bambina palermitana colta da Letizia Battaglia, il travestito genovese ritratto da Lisetta Carmi, la coppia di colore americana catturata dallo sguardo di Leonard Freed, il bracciante raffigurato da Arthur Tress, la coppia ritratta da Michi Suzuki, fino alla stupefacente serie Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Mario Giacomelli che racconta la situazione di solitudine e desolazione nell’ospizio di Senigallia. Il tema diviene metaforico con le opere della serie Sconosciuti di Paolo Gioli, che attraverso un lavoro metafotografico riporta l’attenzione su una serie di identità anonime, o in Concrete Island dove Paola Di Bello attraverso la visione di alcuni oggetti comuni attua un sovvertimento della percezione, mostrandoci un punto di vista dal basso, ovvero quello degli esclusi. Homeless di Joan Fontcuberta è una trattazione del tema attraverso una concezione concettuale dell’immagine che è costruita mediante un software freeware di fotomosaico connesso a Google; mentre il lavoro di Mario Cresci della serie “La cura”, nel mostrare un dipinto a tema cristologico in corso di restauro, sembra creare un’allegoria del senso di umanità da ritrovare. Infine, Francesco Jodice con il suo Jerusalem, R31, dal ciclo What We Want, crea un affresco geopolitico sulla città, considerata come un archetipo del conflitto e della separazione tra popoli.

A concludere il primo capitolo è l’installazione site specific di Paolo Ciregia intitolata Graffio, dove l’immagine fotografica è composta dalla scansione dei segni impressi in uno scudo durante il recente conflitto russo-ucraino e poi messi in relazione con 125 cristalli che replicano per forma e dimensioni un sampietrino lanciato dai manifestanti contro la polizia. Quest’opera sembra far deflagrare improvvisamente e rendere manifesta la tensione sottesa a tutte le immagini della prima sezione della mostra.

La seconda sezione sposta l’attenzione sul paesaggio, alla luce del dibattito attuale sull’antropocene – individuata come nuova epoca culturale della Terra – e della politica globale. Il percorso è composto da una sequenza di immagini che raccontano la modificazione del paesaggio dalla fine degli anni Settanta a oggi, rivelando la dicotomia tra mondo industriale e mondo rurale, l’affermazione di un paesaggio ibrido e l’ingerenza dell’uomo nei confronti della natura.

La sezione si apre con la celebre serie Milano. Ritratti di fabbriche di Gabriele Basilico dove una visione frontale impone la presenza “plastica” degli edifici che testimoniano la rapida industrializzazione vissuta dalla città. Queste immagini sono messe in dialogo con alcune fotografie dell’inglese Paul Graham, sempre realizzate a Milano, dove è centrale la figura umana colta nella cornice urbana, ma in un momento di solitudine che rivendica la dichiarazione di una individualità/soggettività. Olivo Barbieri, con gli scatti realizzati a più riprese negli anni Novanta per Archivio dello spazio, mostra la metamorfosi dei piccoli centri di campagna attraverso l’utilizzo delle luci artificiali che creano, secondo le parole dell’autore, una “macchina di visione che aprisse squarci di rappresentazione e allo stesso tempo fornisse nuove chiavi di lettura e quindi di riflessione“. Le fotografie delle cave di marmo realizzate da Mario Cresci a fine anni Settanta sembrano delle astrazioni analitiche e mostrano la pregnanza dell’intervento dell’uomo sul territorio naturale. L’ampio corpus di fotografie di Luigi Ghirri crea invece una sorta di “installazione-quadreria” composta da immagini provenienti da varie serie che mette in dialogo le visioni più idilliache di paesaggio (come quelle tratte da Topografia-Iconografia o da Il profilo delle nuvole) con alcune concettuali dalla serie Kodachrome, che fa emergere in modo prepotente e ironico i “geroglifici” urbani sospesi tra verità e finzione, segni-simbolo della società dei consumi. Anche Francesco Jodice, con gli scatti di una committenza realizzata all’inizio degli anni Duemila, posa il suo sguardo, ironico e critico al tempo stesso, su un paesaggio che si è ibridato e ha creato nuove forme tipologiche, come i centri commerciali.

I segni della Milano legata al progresso sono al centro dell’opera del duo svizzero Peter Fischli & David Weiss, in cui si coglie quello che fu l’esito di una delle loro “gite” alla ricerca dell’immaginario comune e popolare, fotografando la Torre Velasca dal tetto del Duomo come dei veri turisti. Anche Vincenzo Castella adotta un punto di vista dall’alto, ma invece di cogliere la natura iconica dei singoli edifici, si concentra sui palazzi abitativi in dialogo tra loro che generano un unico “organismo”.

Al contrario, il punto di vista si fa marginale e dal basso nei lavori di Marina Ballo Charmet che, con l’opera tratta dalla serie Con la coda dell’occhio, vuole mostrare ciò che sfugge alla nostra percezione, ossia l’idea di uno sguardo periferico che si manifesta attraverso un’immagine che alterna elementi a fuoco a elementi fuori fuoco. Per l’americana Roni Horn invece i crateri che ha fotografato in Islanda nella serie Becoming Landscape hanno un valore universale, di adesione totale ad una natura incontaminata in cui specchiarsi fino a leggerla come il proprio autoritratto.

Chiude la sezione l’intervento realizzato dal collettivo The Cool Couple intitolato Karma Fails. Il lavoro, nato da una riflessione sull’uso contemporaneo della meditazione come strumento biopolitico, crea un immaginario solo apparentemente rassicurante attraverso dei piccoli giardini zen dove troviamo dei plastiglomerati (delle pietre formate dall’unione di materiale organico e plastica) e delle immagini fotografiche che mostrano dei paesaggi fittizi che sono un montaggio iconografico dell’antropocene.

 

La scelta di individuare un giovane curatore e di ospitare, in occasione della mostra, le opere di giovani artisti dà continuità a una politica avviata lo scorso anno e che a partire dal 2018 diventerà una consuetudine nella programmazione del Museo. Puntare sui giovani attraverso incontri, mostre e acquisizioni permette di riallacciare un dialogo con i fotografi e gli operatori, a cui il Museo si rivolge come luogo aperto di discussione e sperimentazione.

 

Carlo Sala (Treviso, 1984), critico d’arte, curatore e docente al Master in Photography dell’Università IUAV di Venezia. E’ membro del comitato curatoriale della Fondazione Francesco Fabbri Onlus per cui si occupa della curatela scientifica del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee e del festival F4 / un’idea di Fotografia. Nel 2010 ha curato con Nico Stringa il Padiglione Venezia alla 12.Mostra internazionale di Architettura, People meet in architecture, Biennale di Venezia. Suoi saggi e testi critici sono apparsi in varie pubblicazioni edite, tra gli altri, da Allemandi, Marsilio, Mimesis, Bruno Mondandori e Skira.

 

Autori in mostra: Marina Ballo Charmet, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Vincenzo Castella, Giambattista Chiodi, Paolo Ciregia, Mario Cresci, Paola Di Bello, Peter Fischli & David Weiss, Joan Fontcuberta, Leonard Freed, Jochen Gerz, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Paolo Gioli, Paul Graham, Roni Horn, Francesco Jodice, Uliano Lucas, Giovanna Nuvoletti, Livia Sismondi, Michi Suzuki, The Cool Couple, Arthur Tress, Paolo Zappaterra, Klaus Zaugg.

 

 

18.02.2018 > 15.04.2018
Inaugurazione: sabato 17 febbraio 2018, ore 18
Orari di apertura della mostra:
Sabato e domenica dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19
Ingresso libero
Consulenza allestimento: Arch. Elisa Rizzato, Studio Galeotti, Treviso

Leggi il comunicato stampa

 

© Francesco Jodice, Jerusalem, R31, dalla serie What We Want, 2010
Raccolta Antologica, Museo di Fotografia Contemporanea

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