CALL | REFOCUS #2. I fotografi vincitori

ONGOING, AWARDS

REFOCUS #2
Open call per progetti fotografici nell’Italia del post-lockdown

promossa da
Direzione Generale Creatività Contemporanea del MiBACT
in collaborazione con
Museo di Fotografia Contemporanea e Triennale Milano

***

Presentazione dei 20 fotografi vincitori di REFOCUS #2

Mercoledì 2 dicembre 2020, ore 18.30
Con Michele Smargiassi (giornalista), Matteo Piccioni (storico dell’arte MiBACT-DGCC), Matteo Balduzzi (curatore MUFOCO) in dialogo con i fotografi vincitori.

Guarda la registrazione sulle pagine Facebook Direzione Generale Creatività Contemporanea e Museo di Fotografia Contemporanea e sul canale YouTube del Museo.

***

Selezionati i fotografi vincitori

Tra le 245 candidature giunte da tutta Italia, venti progetti fotografici hanno saputo meglio raccontare la società italiana durante il periodo immediatamente successivo alla quarantena vissuta la scorsa primavera.

La totalità delle candidature, omogenee per parità di genere e per fasce di età, è stata esaminata da una Commissione di esperti così composta: Matteo Balduzzi, curatore del Museo di Fotografia Contemporanea; Paolo Castelli, storico dell’arte, funzionario DGCC-MiBACT; Paola Di Bello, artista e direttrice del biennio specialistico di fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera; Davide Giannella, curatore indipendente; Elio Grazioli, critico d’arte contemporanea e docente presso l’Università degli Studi di Bergamo.
La Commissione, riunita in sessione plenaria nelle giornate del 13 e 16 novembre 2020, ha tenuto conto sia dell’esperienza formativa documentata dal curriculum che della qualità del portfolio, ma ha valutato soprattutto la qualità della proposta progettuale presentata in relazione all’originalità dell’idea di ricerca, oltre all’effettiva realizzazione visiva.

 

I FOTOGRAFI

Fulvio Ambrosio (Napoli, 1986)

Nel suo lavoro psicoanalisi e fotografia si intrecciano, ibridandosi ed ispirandosi a vicenda; la costante ricerca di punti di incontro tra questi due mondi ha l’obiettivo di produrre rappresentazioni dei contenuti inconsci attraverso l’indagine visiva. Vive e lavora a Napoli.

LA CURA
Riavvicinarsi dopo essere stati lontani. Una fantasia di cura, un desiderio di riavvicinamento. Durante il lockdown per avere cura delle persone amate bisognava essere distanti. Dopo, il desiderio più forte è stato quello di tornare immediatamente in contatto, di ritrovare una fisicità per troppo tempo sostituita da surrogati informatici.
Ho voluto curarmi di mia nonna dopo essere stati distanti, l’ho fatto nel modo in cui ero abituato: standole vicino e tenendole le mani. Ci siamo seduti l’uno di fronte all’altra e ho attivato una piccolo apparecchio fotografico che avevo fissato sul mio petto. La macchina scattava una immagine ogni cinque secondi, automaticamente, senza fare alcun suono e senza bisogno di premere il pulsante di scatto. Potevo così avere le mani libere per interagire con lei, non essendo occupato a tenere in mano l’apparecchio, a inquadrare o scattare. Ci siamo concentrati sullo stare insieme, sul contatto che mettevamo in scena e sui cambiamenti che avvenivano nella nostra interazione. Credo che la mia cura sia fatta di affetto, di prossimità.

 

Giacomo Bianco (Mestre – VE, 1994)

Laureando al corso di Fotografia presso l’ISIA di Urbino, è assistente al fotografo Matteo De Mayda e atelierista presso la Fondazione Bevilacqua La Masa (VE). Sta lavorando a un progetto sul territorio lagunare, nel quale, ipotizzando un inabissamento della città di Venezia, indaga e utopizza una civiltà futura postumana.

ESSERE ANFIBIO (dalla serie UMANALACUNA)
Per la maggior parte delle persone la fruizione tecnologica in questo periodo è radicalmente mutata: lo schermo è divenuto una finestra che ha permesso un contatto virtuale con il mondo esterno. A Venezia, rinchiuso all’interno di un palazzo del centro storico, il lockdown mi ha automaticamente precluso ogni contatto fisico e fatto perdere qualsiasi familiarità con l’ecosistema lagunare, inducendomi altresì a osservarlo in maniera differente. Attraverso le webcam subacquee della Piattaforma Oceanografica Acqua Alta del C.N.R. ho cercato, infatti, di mantenere il rapporto con il mondo marino reale. Tornati alla “normale quotidianità”, ho voluto ritrovare questo rapporto in ogni sua forma con azioni forti, concrete. Immergendoci in acqua siamo voluti diventare Laguna, abbiamo manifestato il bisogno represso di ricongiungerci impetuosamente con il reale. Ci siamo interconnessi con la Natura per necessità e per paura di non poter più essere in grado di farlo, accompagnati dall’inquietudine di rimanerne esclusi ancora una volta. Così, siamo riusciti a vivere in due ambienti diversi, acquatico e terrestre, reale e virtuale.

 

Alessandro Calabrese (Trento, 1983)

Dopo la laurea in Architettura allo IUAV di Venezia, ottiene un Master in Photography and Visual Design presso NABA, Milano. Docente presso l’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo e NABA, Milano. Il suo lavoro è stato esposto in diverse realtà europee e italiane, tra le altre: Foam/Amsterdam, Maxxi/Roma, Mart/Rovereto, Palazzo Reale/Milano, Artissima/Torino, Arte Fiera/Bologna, Unseen/Amsterdam . E’ rappresentato dalla galleria Viasaterna e cura la programmazione di Condominio, Milano.

WELCOME STRANGER
in collaborazione con Ilaria Tariello
Le prime descrizioni cliniche della sindrome della capanna risalgono al 1900, epoca della corsa all’oro negli Stati Uniti. I cercatori erano costretti a passare mesi interi all’interno di una capanna e l’isolamento faceva sentire i suoi effetti: rifiuto di tornare alla civiltà, sfiducia nei confronti del prossimo, perdita di memoria, stress e ansia. Il quadro sintomatologico della Cabin Fever ben si adatta all’attuale situazione del post lockdown, come si può riscontrare, proprio in questi ultimi mesi del 2020, tra la popolazione mondiale. Il disturbo viene affrontato sia in chiave allegorica, sia attingendo da immagini pre esistenti e realizzandone ex novo. Seguendo la pista che mi ha portato concettualmente nell’America a cavallo tra XIX e XX secolo, il progetto presenta alcuni screenshot e testi tratti dal film di Charlie Chaplin “The Gold Rush” (1925), successivamente colorati attraverso l’utilizzo di un programma che grazie al “deep learning” attribuisce automaticamente dei colori alle fotografie in bianco e nero, come a mimare quanto accadeva in fotografia con la colorazione a mano prima dell’avvento del colore. Inoltre alcuni still-life di agglomerati di poliuretano rievocano, anche nelle modalità di rappresentazione, quelle pepite d’oro che sono state motivo di tanti sforzi per gli avventurieri del periodo. Welcome Stranger è allo stesso tempo il nome della più grande pepita d’oro mai trovata, il titolo di questo lavoro e una sorta di augurio, affinché si possa tornare presto ad accogliere e incontrare l’altro senza timore.

 

Mara Callegaro (Varese, 1994)

Studia Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e successivamente Fotografia presso il Cfp Bauer. Vive e lavora a Milano, dove porta avanti la sua ricerca con un approccio multidisciplinare. E’ assistente di Francesco Jodice e assistente alla docenza presso NABA – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.

20’s SPECIAL
La prossimità mi suggerisce gittate di visione compresse: oculi che vagano in 50 mq, Grand Tour di paesaggi domestici. Il mondo in una stanza, azzarderebbe Gino Paoli. 20’s Special si propone come un insieme di configurazioni urbane, ricreate con elementi casalinghi all’interno di uno spazio abitativo. Strutture vacillanti, architetture in bilico come emblema della condizione di fragilità e provvisorietà vissuta dal Paese e dai nostri animi. Con una punta d’ironia, mi sono immaginata un’edizione speciale di francobolli a suggello di questa annata (e del futuro?) all’insegna dell’incertezza e della segregazione. Un’evocazione vaga e in scala ridotta del Bel Paese, un esercizio di catalogazione che fa eco, in modo esplicitamente sardonico e smaccato, all’opera iniziata dai Fratelli Alinari.

 

Sofiya Chotyrbok (Ucraina, 1991)

Ucraina, napoletana di adozione, studia fotografia a Milano presso il Cfp Bauer. La sua ricerca è incentrata sul tema dell’identità nella società post-­sovietica e sull’archivio come memoria intima e domestica, trasformata in materia umana universale mediante fotografia, video e stampa su tessuto. I suoi lavori sono stati esposti in importanti festival internazionali (Parigi, Reggio Emilia, Chicago).

GESTI
Il termine gesto è da ricondursi etimologicamente al verbo latino gerere, letteralmente compiere. E’ la base della comunicazione umana, capace di valicare lingue e distanze. La pandemia in corso ha generato un improvviso black-­out nella sfera gestuale che ha cancellato ogni tipo di contatto, incrinando le relazioni sociali per relegarci in una condizione forzata di solitudine. Gesti nasce come esigenza di indagare tutto ciò che non può essere compiuto, quel vuoto generatosi fra il prima e il dopo. E’ un processo che pone l’attenzione sulla fisicità delle relazioni quotidiane e sugli effetti scaturiti dall’autocensura. La nostalgia (il famoso dolore del ritorno) mi ha portata a fissare delle piccole porzioni di una realtà passata, che ho decontestualizzato affinché assurgessero a frammento di vissuto e insieme a termine di paragone rispetto a questa nuova dimensione quotidiana. L’imperativo sociale del distanziamento diviene qui uno strumento per interagire con l’opera: l’immagine è ingrandita fino a perderne leggibilità e il fruitore è chiamato a fare alcuni passi indietro per coglierne la visione d’insieme ed evocarne la memoria tattile.

 

Daniele Cimaglia (Roma, 1994) e Giuseppe Odore (Pompei – NA, 1995)

Conosciutisi all’interno dell’accademia RUFA, Rome University of Fine Arts, sono impegnati in una ricerca sperimentale sul mezzo fotografico. Il forte interesse per la società contemporanea dal punto di vista antropologico li ha spinti a collaborare durante il periodo di quarantena. Sono impegnati in alcuni progetti tuttora in fase di sviluppo.

STORIE DELL’ABITARE
Guardando i nostri vicini cantare e suonare fuori dal balcone durante la quarantena ci siamo resi conto di non conoscere nessuno. Per farlo abbiamo invitato i condomini a farsi scattare un ritratto di famiglia. L’intimità che viviamo nelle nostre case è solitamente celata dalle tende, lo scopo è stato di ricrearla ponendo le persone davanti ad esse. Il cortile è lo spazio collettivo in cui tutti avrebbero potuto creare condivisione e socializzazione, raccontando se stessi ed esprimendo i propri pensieri in prima persona su un foglio bianco. Durante le fasi di scatto abbiamo capito che non siamo i soli a esserci sentiti degli estranei nel vicinato. La frenesia della quotidianità ci aveva portati ad ignorare la presenza di altri che vivevano in prossimità. L’utilizzo del mezzo fotografico come strumento per conoscerci ci ha fatto scoprire l’importanza di vivere in una comunità, di associare dei nomi ai volti delle persone che ci circondano, per sentirci meno soli e mostrarci più umani. Il distanziamento sociale non implica vedere il proprio vicino come un portatore di un virus, ma come qualcuno su cui possiamo contare e affidarci.

 

Antonio Colavito (Gravina in Puglia – BA, 1995)

Abbandonato il mondo universitario decide di dedicare la sua carriera esclusivamente al campo della fotografia. Il suo lavoro incorpora spesso elementi geometrici e contrasti elevati. Predilige l’uso della fotografia in bianco e nero e concentra il suo interesse sul reportage sociale legato all’architettura.

IL VISIBILE E L’INVISIBILE
Il nemico è invisibile ma ha visibilmente piegato stili di vita e di consumo, cambiando forse per sempre il nostro modo di concepire il tempo, lo spazio, il lavoro. In questo alternarsi di presenze e assenze umane (sentite presenti, con l’urgenza della presenza) sullo sfondo industriale, ho documentato la riconversione delle linee di produzione di un’azienda del Sud Italia nata come produttrice di macchine taglia-spugna e reinventata produttrice di mascherine per salvaguardare fatturato e occupazione. Nel reportage presentato, celebro l’orgoglio della sua classe operaia che, nonostante la situazione in corso, non si è mai fermata.

 

Giulia De Gregori (Roma, 1994)

Laureata in Storia moderna e contemporanea alla Sapienza. Da sempre appassionata di fotografia, si interessa di archivi fotografici e svolge un tirocinio formativo presso CAMERA e presso l’ICCD. Nell’ottobre 2019 si trasferisce a Bologna per frequentare il biennio di Fotografia dell’Accademia di Belle Arti.

NUOVA ARCADIA
Il progetto è una riflessione sul contemporaneo nata in relazione alla pandemia di Coronavirus, che ha costretto a casa il mondo intero portando numerosi cambiamenti nel nostro modo di vivere. Attualmente si ha la sensazione di trovarsi davanti a un punto di non ritorno: questo periodo ha infatti accelerato il già rapido processo verso una vita digitale che coinvolge ora anche chi ne era precedentemente escluso. Alla maniera dei fotografi pittorialisti, ho dipinto i frammenti di una vita destinata a scomparire, un’esistenza caratterizzata da relazioni interpersonali, assembramenti, viaggi, attese, momenti di pausa e di frenesia. Le fotografie sono da intendersi come istanti che trascendono lo spazio-tempo e richiedono di soffermarsi con lo sguardo, rallentando un attimo, per essere studiate più approfonditamente. Un lavoro che si pone a metà strada fra sentimento nostalgico e visione disincantata, consapevole delle possibilità e dei cambiamenti che lo scorrere del tempo porta con sé.

 

Riccardo Dogana (Castiglione del Lago – PG, 1983)

Attivo da oltre quindici anni nel mondo dell’audio-visivo, documentarista, arriva alla fotografia nel 2018, con 16/9 shots, curato da Francesca Seravalle. Nel novembre 2020, in collaborazione con la casa editrice livornese Origini edizioni pubblica il libro Panopticon, una selezione di macro-temi di quest’ultima decade (2010-2020).

WALLPAPERS
Un viaggio nell’Italia in piena pandemia, nelle camere destinate agli universitari sfitte, negli appartamenti vuoti in attesa d’esser affittati. Il progetto è in via di sviluppo, la casa è al centro di esso. Le case in affitto sono solo il primo tassello, il più evidente da marzo a oggi, ma nei prossimi mesi e in quelli della post-pandemia il mercato della casa nel suo complesso muterà inevitabilmente. Secondo i dati di Immobiliare.it tra marzo e settembre 2020 l’offerta di case in affitto è aumentata del 14,2% nelle grandi città italiane, mentre la domanda è scesa del 13,2 %. Il caso più notevole è quello di Milano, dove l’offerta di alloggi in affitto è aumentata del 68,7% nello stesso periodo: ci sono moltissimi appartamenti da affittare e nessuno che voglia farlo. La situazione peggiore, però, è quella degli affitti di stanze, ad agosto del 2020 la disponibilità per studenti e lavoratori era aumentata del 149% rispetto a un anno fa. I dati più significativi sono quelli di Milano e Bologna, due città universitarie, dove le stanze disponibili sono state rispettivamente il 290% e il 270% in più.

 

Luigi Greco (Moncalieri – TO, 1998)

Fotografo e artista visivo, si è diplomato in fotografia all’Istituto Europeo di Design di Torino. I suoi progetti convergono verso un approccio multidisciplinare. L’interesse verso il linguaggio fotografico lo porta a indagarne le radici più profonde.

MISSING RING
Il titolo si riferisce alla nota teoria parascientifica dell’anello mancante. Le fake news si propongono come anelli di congiunzione degli eventi che ci “seducono” perché danno risposte semplici e complete su argomenti complessi. Queste notizie sono manipolate, distorte e spesso fuori dal loro contesto. Il progetto cerca di restituire questi concetti proprio nella forma delle immagini e nella loro manipolazione, come analisi e traduzione visiva di alcune fake news circolate durante la pandemia, volendo dare l’impressione di star raccontando una storia. Le immagini, di varia natura (dall’archivio, alla manipolazione, all’uso del 3D) vorrebbero restituire un immaginario distopico di una mentalità “complottista”. Il clima negativo del progetto, a tratti esteticamente buffo, è stato in parte “imposto” dalla natura delle fake news trattate. Alcune di queste, anche al limite del ridicolo, rimangono pericolose. Così il virus viene creato in laboratorio, la città si copre di propaganda e ci si prepara ad una guerra contro un nemico che non conosciamo.

 

Claudio Majorana (Catania, 1986)

Claudio Majorana vede nella fotografia un mezzo per comprendere meglio la propria adolescenza e quella degli altri. La possibilità di capire chi siamo e chi siamo stati. Nel 2018 pubblica Head of the Lion, libro che racconta sei anni della vita di otto ragazzini cresciuti nella periferia siciliana. Dal 2018 lavora con Arianna Arcara al progetto Ciao vita mia, sul quartiere Librino a Catania. Dal 2020 è membro di Cesura.

ALL THE THINGS THAT SEEMED SO IMPORTANT
Il lavoro racconta le lunghe giornate estive di un gruppo di ragazzini che, dopo i mesi trascorsi in casa, decidono di riunirsi per costruire un rifugio segreto lungo le rive di un torrente. Da subito questo luogo diventa un posto per il tempo con se stessi e con gli amici. Uno spazio riservato per i segreti e per i propri pensieri. Una barriera tra loro e il mondo degli altri. Confinati nel luogo da loro scelto, trascorrono lì alcune settimane finché, come in ogni fuoco adolescenziale, la fiamma dell’interesse si raffredda per spostarsi verso altri orizzonti, momenti e avventure.

 

Luca Marianaccio (Agnone – IS, 1986)

Nel 2016 è tra i vincitori del XVIII Premio Aldo Nascimben. Il suo libro Spin-off nel 2018 viene premiato al Premio Marco Bastianelli e all’Unveil’d Photobook Award. Nel 2019 404 Not Found viene premiato al Riaperture Fotofestival, al Premio Giovane Artisti della Galleria San Fedele, all’Unpublished Photo ed esposto al Festival di Fotografia Europea. Nel 2020 è tra gli artisti scelti per TIP Emerging Talent e vince il I Premio Giovanni Gargiolli.

EFFETTO FARFALLA
Un sistema di riferimento definisce attraverso coordinate la rappresentazione di una mappa. Si può avere una vista d’insieme senza la conoscenza approfondita dei singoli elementi? Il singolo, l’unità. Mai come prima l’uomo ha avuto un potere così grande, il suo destino è legato al suo comportamento, all’intelligenza ed al senso civile. Rappresentare un territorio, per me sconosciuto, che convive con un male invisibile, significa soprattutto partire dai singoli elementi, partire dalle persone, estrapolarle dal contesto e metterle sotto la lente d’ingrandimento, così che le piccole storie possono costruire un’ampia narrazione. Nel 2019 mi sono trasferito dall’Abruzzo in Puglia, a Grottaglie. Con la mia famiglia abbiamo deciso di prendere casa nel centro storico, la parte autentica della città, quella vissuta dagli ultimi, quelli che hanno creduto nella bellezza delle mura antiche e fatiscenti, quelli che fanno fatica a sopravvivere ma dove il senso di condivisione è ancora vivo. Una città nella città, non la mia città, ma quella che sto cercando di render mia anche attraverso questo rendez-vous chiamato fotografia.

 

Matteo Montenero (Torino, 1995)

Fotografo e storyteller visivo, ha studiato fotografia all’Istituto Europeo di Design di Torino. Le sue immagini sono frutto di una ricerca che si concentra principalmente su tematiche sociali.

VALBA DË CARSAJ
Il progresso tecnologico, amplificatore del processo di interconnessione tra le nazioni, è un ingrediente fondamentale per la ricchezza e lo sviluppo mondiale, sia economicamente che culturalmente. I movimenti e gli spostamenti accelerati sono stati però alla base della diffusione del coronavirus. La Val di Susa, che si poneva già come un luogo “chiuso”, ha sofferto ancora di più le conseguenze legate al coronavirus. Valba Dë Carsaj, dal piemontese, valle di passaggio, è un progetto realizzato durante la Fase 2 dell’epidemia, proprio in Val di Susa. Il lavoro mostra una condizione transitoria, come quella in cui è immersa la valle, in cui il Covid-19 ha complicato il rapporto già travagliato tra i giovani e l’ambiente, un non-luogo macroscopico con cui le nuove generazioni faticano ad interfacciarsi. I luoghi, cupi e notturni, ragionano sulla torpidezza dello sviluppo e delle opportunità. Tra opere incompiute e macerie industriali, nel paesaggio risuona l’idea di speranza. Il Covid-19 diventa il punto focale attorno a cui gravita una realtà problematica, in modo particolare per i giovani il cui futuro si affaccia su una cornice che mostra il vuoto.

 

Claudia Orsetti (Chiaravalle – AN, 1983)

Architetto e fotografa, è naturalmente attratta dalle contraddizioni. Il centro della sua ricerca gravita attorno ai concetti di territorio, tempo e memoria, spaziando tra fotografia documentaristica e di paesaggio. Il suo lavoro è pubblicato regolarmente su riviste e piattaforme online. Quest’anno è stata nominata da GUP NewTalent 2021.

VANISHED (SVANITA)
Vanished è un progetto nato a seguito della scomparsa di mia nonna a causa del Covid. La distanza fisica imposta dalla malattia ha reso la sua mancanza quasi inverosimile, a volte sembra non sia mai successo, come se fosse semplicemente svanita. Il progetto tenta di esplorare l’assenza improvvisa, non vissuta, e come questa si sia trasformata in una presenza ritrovata, attraverso un’indagine intima, ma allo stesso tempo forensica di oggetti personali. Il lavoro fotografico oscilla tra vecchie foto conservate da mia nonna in un piccolo libro che teneva con sè e ricordi offuscati, memorie ritrovate di luoghi una volta familiari che rievocano o forse semplicemente collocano una serie di sensazioni legate alla mia infanzia e al tempo trascorso con mia nonna. E poi il presente, ma soprattutto mia madre e il suo dolore che rimane un po’ silenzioso, forse a causa del rapporto stretto, ma spesso conflittuale, tra lei e sua madre. Incomprensioni di una vita rimaste in sospeso vacillano tra il senso di colpa e la consapevolezza di tutto quello che di mia nonna rimane oggi in noi, intangibile ma solido. Questo progetto è il mio modo di riappropriarmi di una memoria svanita senza che questa possa essere vissuta.

 

Nunzia Pallante (Polla – SA, 1991)

Fotografa e artista visiva, legata alla fotografia nel suo tratto materico, intesa come oggetto da rimodulare e affiancare ad altre tecniche, indaga gli aspetti differenti della percezione della realtà e la relazione con lo spazio e l’habitat. Collabora ad Archivio Bellosguardo, progetto collettivo volto alla valorizzazione territoriale tra fotografie di famiglia e campagne fotografiche.

HERACLEUM
Heracleum è un luogo tra realtà e immaginario. Nei giorni indistinti della quarantena è stato vitale osservare e ascoltare il paesaggio oltre la finestra. Le possibilità di ripensare al “fuori” sembravano infinite e l’immaginazione era l’unica via possibile per intravedere anche minimi mutamenti e assistere a qualcosa di diverso. L’esterno suggeriva impressioni invisibili ma non impercettibili e la ricerca ha cercato di materializzare quel costante brusio che aleggiava nell’aria. Uscire di nuovo per strada ha significato tornare a guardare, entrare fra i palazzi, riconoscere sensazioni e rumori accumulati. Spinta dal senso ludico della pratica, ho raccolto fiori, piante e semi da posare poi sulle fotografie, per allestire un’immagine multistrato da ri-fotografare, per rimodellare, scombinare, ricreare la realtà, e rispondere all’esigenza del materico. L’esperienza visiva non si esaurisce all’esterno, ma si srotola in più fasi creative che si influenzano e si dilatano a vicenda: scatto, stampa, scelta dei materiali, composizione più o meno casuale, ri-scatto sono anelli di una catena dove i luoghi rivivono una seconda, una terza, una quarta volta.

 

Nicolò Panzeri (Milano, 1991)

Nel 2018 viene selezionato per Fotografia Europea a Reggio Emilia. Nel 2019 lavora due mesi a Calcutta, in India, per conto dell’ONG P4P. Lo stesso anno svolge, per conto del Ministero dell’Oman, una campagna fotografica sulle nuove generazioni. Nel giugno 2020 è nominato vincitore del Grant ISPA realizzando, nel corso di sei mesi di lavoro, una nuova serie fotografica di 40 immagini.

ANATOMY OF A VIRUS
“Giorno sette. Quanto riesci a stare solo? Dove finisce la solitudine? Da quanti giorni non metti il piede oltre la soglia di casa? Apro gli occhi e vedo viola.”
Annotavo questi pensieri il 18 marzo, a una settimana esatta dall’inizio della quarantena. Nell’intento di rivisitare visivamente grafici e flussi legati all’andamento della prima ondata di pandemia, ho cercato di soffermarmi anche sulle conseguenze individuali e sociali che il lockdown ha provocato, su di me in primis. E così libri, ritagli di cartone, pane, saponi, rotoli di carta igienica, schermi a cristalli liquidi, patate dimenticate e polaroid bruciate, acquisiscono un sapore tutto nuovo e un’insospettata importanza. Il primo lockdown si presenta alla nostra porta come il fantasma-del-già-vissuto, di ciò che si prospetta da qui a qualche settimana con un’ipotetica seconda quarantena italiana, la quale potrebbe provocare ripercussioni ben più gravi.

 

Claudia Petraroli (Teramo, 1987)

Dopo la laurea in Storia dell’Arte, nel 2017 si specializza in Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. La sua ricerca nasce dall’osservazione del dato reale e dai fenomeni connessi al consumo di massa e alla produzione di soggettività, con particolare attenzione ad alcune forme di violenza simbolica. Ha partecipato a diversi festival tra cui Giovane Fotografia Italiana #5, F4 Un’idea di fotografia, Fotopub Festival, Photo Open Up. Dal 2018 è parte della collezione di Donata Pizzi sulle fotografe italiane dal secondo Novecento a oggi. Vive e lavora a Milano.

L’ARTE, IL GEROGLIFICO DELLA POTENZA
Le composizioni che costituiscono la serie sembrano richiamare l’estetica della pittura informale eppure le tracce, anziché essere il prodotto di un’azione pittorica, sono il risultato dell’attività di post-produzione digitale in cui l’artista è impegnata a livello professionale per alcuni brand di lusso e moda. Le campionature di superfici, pixel e pennellate, parti e strati delle immagini necessari alla costruzione di oggetti dalla fattura perfetta, diventano qui misura del tempo occupato dal lavoro subordinato alla produttività capitalistica. Un’attività di manodopera digitale ripetitiva e regolata da contratti intermittenti, il cui senso di insicurezza e provvisorietà non accenna a diminuire nemmeno nel post-lockdown. Con l’imposizione dello smartworking, il tempo del lavoro si insinua nelle pieghe dello spazio abitativo, invadendo ulteriormente la dimensione privata. Il “furto” di materia digitale diventa idealmente il riscatto di quel tempo attraverso la sua trasposizione nel linguaggio dell’arte e sottrae la componente altrimenti impercettibile della rappresentazione fotografica del prodotto di consumo alla propria funzione disciplinante. Se è vero che il reale non può più darsi se non come costruzione o cosa fabbricata, l’arte stessa potrà farsi con questi pezzi di realtà. Per dirlo con le parole di Toni Negri: “Capire cos’è arte oggi è comprendere come il dolore di un mondo perduto può avventurarsi su un continente nudo e sconosciuto, per creare l’essere nuovo” (Arte e moltitudo, 2014).

 

Giorgio Salimeni (Catania, 1990)

Si approccia alla fotografia durante gli anni in cui lavora come fisioterapista all’interno di case di cura per anziani. Accresce la propria formazione assistendo Alex Majoli e collaborando con il collettivo Cesura, di cui oggi è membro. Continua lo sviluppo del proprio linguaggio attraverso progetti a lungo termine legati all’attuale condizione sociale del Sud Italia.

REDEO
Redeo, verbo intransitivo anomalo: fare ritorno. Redeo è il nome di una comunità terapeutica sperimentale per soggetti con disturbi psichiatrici di bassa e media intensità, nata nel 2017 all’interno di una casa di riposo sull’appennino toscano. Per diversi anni ho lavorato come fisioterapista dentro strutture residenziali per anziani e subito dopo la fase acuta della pandemia ho deciso di farvi ritorno. Così, per caso e per fortuna, ho conosciuto Antonella, Massimo, Luigi, Francesca e tutti gli altri ospiti della comunità; persone deboli che hanno subìto fortemente le restrizioni della prima fase. E’ stato naturale trascorrere parte della mia libertà estiva con loro, riempire insieme alcune delle nostre giornate e condividere attimi di apparente “normalità”. Queste immagini sono state scattate nei mesi di riapertura compresi tra luglio e ottobre 2020. Oggi la comunità è nuovamente chiusa a visite esterne.

 

Claudia Sinigaglia (Padova, 1985)

La sua produzione artistica indaga la geografia degli spazi vissuti e i pattern ad essi correlati, attraverso una ricerca che spazia dalla fotografia d’architettura allo studio dei processi cognitivi. Ha partecipato a diversi programmi di residenza in Italia e all’estero, tra questi i più recenti a Tokyo, Shanghai e San Pietroburgo. Il suo lavoro è stato esposto a livello nazionale e internazionale. Vive a Milano.

21 DAYS MONOCHROME SERIES
Alcune teorie in ambito psicologico sostengono che 21 giorni siano la quantità minima di tempo indispensabile per adattarsi a un cambiamento e iniziare a creare un’abitudine. Attraverso le prime ricerche condotte negli anni Sessanta è stato osservato come molti fenomeni tendano a dimostrare che questo è solitamente l’arco di tempo necessario al nostro cervello per trasformare una vecchia immagine mentale e per iniziare ad abituarsi a una nuova situazione. 21 Days monochrome series tenta di riflettere sul processo di adattamento ritraendo elementi che hanno acquisito un ruolo centrale nella quotidianità del post-lockdown. Le fotografie di questo progetto mostrano dettagli di mascherine, guanti, alcol e gel disinfettanti ravvicinati e ingranditi a tal punto da “scomparire” in campiture monocrome. La serie di fotografie, attraverso un ripetersi di colori che ritornano simili nella sequenza di monocromi, ambisce a indagare le sfumature dei processi psicologici di adattamento e di creazione delle abitudini sottesi a fronteggiare la particolare situazione con cui ci stiamo confrontando.

 

Andrea Storni (Firenze, 1999)

Nato da madre cinese e da padre italiano, inizia a frequentare la Fondazione Studio Marangoni nel 2018. Nei suoi lavori presta particolare attenzione a temi sociali e politici, affrontando anche temi personali che riguardano soprattutto la famiglia. Ha collaborato per alcune testate giornalistiche quali Il Corriere della Sera e La Repubblica.

UN AFFARE DI FAMIGLIA
Mio padre, convinto da sempre che il successo lavorativo e l’inseguimento morboso di esso fosse la chiave per la sua felicità, si è reso conto, con la quarantena e la conseguente impossibilità di lavorare, di aver condotto un’esistenza infelice, durante la quale è stato dimenticato e seppellito il ragazzo sensibile di umili origini che è diventato strumento del suo stesso lavoro. Entrato ormai nella fase finale della sua vita si rende conto che non ha più tempo per investire in affetti e passioni personali. Io, che con mio padre non ho mai condiviso un vero legame, mi ritrovo a doverlo assistere insieme a mio fratello nella sua routine, alla ricerca ossessiva di un problema fisico che non esiste e che non è altro se non la maschera che lui stesso si è creato per preservare la sua fragilità. La verità è che è troppo tardi e io ne sto seguendo il conflitto interiore.

 


 

This content is also available in: Italian