ME MUSEO

EVENTI, IN CORSO, INCONTRI E SEMINARI, PUBLIC ART

Il cortile di Villa Ghirlanda ospita una novità a firma del Museo di Fotografia Contemporanea e del suo pubblico.
Dal 17 novembre, davanti alla magnolia monumentale, sarà esposta a rotazione la riproduzione a scala gigante di una fotografia scelta dai cittadini tra le opere conservate nell’archivio del Museo.

I cittadini partecipano a momenti di incontro, scoperta e formazione sulle collezioni. Successivamente sono invitati, in veste di curatori, a selezionare un’immagine in cui si identificano o che suscita in loro un’emozione particolare. Queste fotografie, stampate in grande formato, vengono esposte ogni quindici giorni accompagnate da un racconto personale.

Contemporaneamente, all’interno del Museo, è possibile ammirare nei giorni di apertura al pubblico la fotografia originale corredata di didascalia tecnico-scientifica.

ME MUSEO si inserisce all’interno del progetto annuale “Non così lontano”, cofinanziato da Fondazione Cariplo nell’ambito del bando “Protagonismo culturale dei cittadini”, che vede partecipare accanto al Museo il Teatro degli Arcimboldi e lo Spazio MIL. Insieme ad altre azioni parallele, con Me Museo il MUFOCO intende coinvolgere attivamente i cittadini in quanto proprietari del patrimonio pubblico del Museo, per darne una rilettura nuova e inconsueta.

Il Museo apre le porte al pubblico ogni primo sabato del mese, con un approfondimento sui diversi generi fotografici.
Il prossimo appuntamento è sabato 3 marzo 2018.
Per partecipare agli incontri contattaci: servizioeducativo@mufoco.org o 02.66056631 – 02.6605661.

Potete iniziare a prendere confidenza con le collezioni fotografiche consultando online il motore di ricerca

 

LE FOTOGRAFIE SCELTE DA VOI

© Mario Cresci
Stigliano, Potenza, 1983
stampa cromogenica 2004
Fondo Viaggio in Italia

La prima volta che ho visto questa fotografia non riuscivo a smettere di guardarla, ma non capivo perché. Ancora oggi ogni tanto ci ritorno… Nonostante il cielo grigio, la casa bianca mi trasmette un senso di pace. Mi ricorda quelle casette che si incontrano durante i cammini in montagna, isolate dal mondo, ma in cui in qualche modo si percepisce una presenza umana. Ripensandoci ora, credo che per me questa fotografia rappresenti l’idea di casa. Una forma dai contorni definiti, dove tutto trova il suo posto – un luogo indisturbato, ovunque esso sia.
Rica Cerbarano

“Sono nata a Torino nel 1992 e mi sono trasferita a Milano un anno fa in cerca di ispirazione e belle esperienze. Mi occupo di allestimenti per mostre e nella mia borsa non mancano mai due cose: burrocacao per le labbra e metro, “perché non si sa mai”. Mi piace frequentare il Museo perché quando ci vengo improvvisamente la fotografia mi sembra una cosa semplice. È bello trovarsi a guardare immagini, parlare di fotografia, condividere esperienze con persone diverse… Ogni volta è un arricchimento”

 

Descrizione dell’opera
Mario Cresci (Chiavari, 1942) è un artista poliedrico che, a partire dalla fine degli anni Sessanta, spazia dal disegno alla fotografia, dalla comunicazione visiva all’installazione. Nel 1974 si trasferisce a Matera e proprio in Basilicata conduce un’intensa ricerca etno-antropologica di riscoperta del territorio e della cultura materiale del Sud Italia.

La fotografia esposta ritrae un’abitazione con un muro bianco, cieco, nessuna apertura e un camino sul tetto. Il cielo scuro dello sfondo accentua la sagoma elementare e ne esalta la bidimensionalità, trasformandola nella rappresentazione stessa di una casa, fuori dallo spazio e dal tempo.

L’immagine appartiene al Fondo ‘Viaggio in Italia’, progetto promosso nel 1984 da Luigi Ghirri: un libro e una mostra composta da 300 fotografie di 20 autori italiani e stranieri che darà il via alla grande ‘Scuola di paesaggio italiana’. Le immagini di ‘Viaggio in Italia’ non raccontano più lo stereotipo del Bel Paese ma propongono immagini quotidiane, reali, lontano dai sensazionalismi dei luoghi simbolici e fuori dai canoni consolidati di rappresentazione del paesaggio.

© Mimmo Jodice
Taglio, 1977
stampa alla gelatina bromuro d’argento
Fondo Lanfranco Colombo

La mano curiosa di scoprire cosa si cela sotto il foglio bianco si affida al taglierino. Lui, sicuro di sé, incide. I due lembi di carta litigano e si separano. Il pollice e l’indice alzano un lembo. Sotto c’è un tavolo di noce, una tovaglia colorata ma ormai rigata, ci sono le briciole accumulatesi, c’è quella bruciatura di sigaretta lì da ferragosto. Spesso anche le mie mani si affidano al taglierino prima di comporre un collage, di trovare una nuova collocazione alle immagini o a parte di esse. Il taglierino ha permesso a una donna che ha sempre vissuto in una pagina patinata di potersi sedere su una comoda sedia Ikea tagliata poco prima.
Sara Clemente

“Sono da poco uscita dai teen, ho una grande passione che è quella di comporre collage, per questo spesso il pavimento di camera mia si ricopre di carta e le mie mani di colla. Quando aprì il Museo di Fotografia ero alle elementari e la scuola ci portò lì a fare un’attività. Noi eravamo bambini dagli occhi grandi e curiosi e lì era pieno di cose che ce li facevano spalancare ancora di più. Ho riscoperto il Museo due anni fa ed è rimasto il luogo dove mi rigenero, pieno di risorse, ricco di energie e stimoli e con un archivio che è proprio un posto magico”

 

Descrizione dell’opera
Mimmo Jodice (Napoli, 1934) è uno dei più importanti fotografi italiani.
Attento alle sperimentazioni e alle possibilità espressive del linguaggio fotografico, fin dagli anni Sessanta studia il paesaggio, l’architettura storica e contemporanea, i miti della classicità e del Mediterraneo.

L’opera esposta è parte di un trittico dedicato alla ricerca sul linguaggio visivo, in chiave concettuale e sperimentale. Nella fotografia si nota da principio una mano che incide la carta con un taglierino, ma solo a una visione più attenta ci si accorge che il taglio è realizzato veramente, direttamente sulla stampa.

Jodice sovrappone un elemento reale come il taglio alla rappresentazione stessa della realtà, ossia l’immagine, scardinando l’idea di fotografia come documentazione oggettiva.

L’opera appartiene al Fondo ‘Lanfranco Colombo’ un’eterogenea raccolta di fotografie, documenti e libri che nel loro insieme rispecchiano la trentennale attività internazionale della Galleria Il Diaframma punto di riferimento della scena culturale fotografica milanese dal secondo dopoguerra, diretta da Lanfranco Colombo, organizzatore culturale, editore e uno dei primi galleristi italiani.

 © Pierre Cordier
Chimigramme, 1979
stampa cromogenica
Fondo Lanfranco Colombo / Regione Lombardia

La sensazione che provo guardando questa immagine è di grande stupore, come se mi trovassi a osservare l’universo con tanti pianeti che fluttuano armonicamente. Diversi ma con al loro interno le stesse caratteristiche. Tutti gli esseri dell’universo senzienti e insenzienti, sono così diversi eppure tutti composti da atomi uguali. Un atomo di silicio di un granello di sabbia è uguale a quello delle mie ossa. Questa fotografia mi trasmette un senso di universalità e mi ricorda un quadro di Kandinsky, Several Circles.
Rita Vitrano

“Sono una viaggiatrice, sono curiosa, eclettica con la passione per la montagna, l’arte contemporanea la musica rock /jazz e il teatro. Abito a Cinisello dal 1992 dove oltre a buoni amici ho trovato un’offerta culturale che non mi obbliga a spostarmi continuamente a Milano. Da quando è nato il MUFOCO non ho perso una mostra. La domenica mattina, se non sono in montagna, mi piace aggirarmi tra gli spazi che ospitano fotografie e progetti di grande qualità perché mi fanno riflettere, sognare, evadere”

 

Descrizione dell’opera
Pierre Cordier (Bruxelles, 1933) scopre casualmente nel 1956 una tecnica che in seguito chiamerà Chimigramma e che apre le porte a un regno ancora inesplorato. Dopo i primi errori e le prime meraviglie, l’artista indaga le possibilità espressive della scoperta, tra l’instabilità del procedimento e il fascino misterioso insito in esso.

L’opera esposta è ottenuta grazie all’azione di varie sostanze chimiche lasciate agire sull’emulsione della carta fotosensibile, senza l’uso della macchina fotografica. Come Cordier stesso sostiene, “il Chimigramma combina la fisica della pittura (vernice, cera, olio) alla chimica della fotografia (emulsione fotosensibile, sviluppo, fissaggio); in piena luce, senza l’uso di fotocamera e ingranditore”. Il Chimigramma, per sua natura non riproducibile, è quindi un oggetto unico e molto prezioso.

La stampa appartiene al Fondo ‘Lanfranco Colombo’ un’eterogenea raccolta di fotografie, documenti e libri che nel loro insieme rispecchiano la trentennale attività internazionale della Galleria Il Diaframma punto di riferimento della scena culturale fotografica milanese dal secondo dopoguerra, diretta da Lanfranco Colombo, organizzatore culturale, editore e uno dei primi galleristi italiani.

© Federico Patellani
Milano, 1946. La folla in piazza Castello durante il comizio di Achille Grandi
Stampa alla gelatina bromuro d’argento 20\2
Fondo Federico Patellani / Studio Federico Patellani – Regione Lombardia

In un primo momento sembra di vedere un acciottolato, poi si nota l’ombra, che ci sembrava quella del fotografo. Guardando meglio, abbiamo capito che quelli che sembrano sassi sono in realtà persone e che l’ombra è quella dell’edificio su cui il fotografo è salito per immortalare il momento, la Torre del Filarete del Castello Sforzesco a Milano. Ci ha colpito la moltitudine, probabilmente tutta quella folla è lì unita da un ideale comune, qualcosa di molto importante, perché si sente partecipazione e senso di appartenenza.
Pina Banfi, Elena Borlenghi, Daniela Luci, Stefano Ronchi, Elena Sacchi, Rita Vitrano (Centro culturale Il Pertini)

“Siamo colleghi / scollegati, legati nel Centro culturale ilPertini. Diversi nei corpi e nei pensieri ma uguali nella mission: libri, e-book, fumetti, cd, dvd, riviste, spettacoli, laboratori per grandi e per piccini… trovi tutto al Pertini. Con il Museo, nostro dirimpettaio, ci sentiamo un po’ cugini perché diffondere cultura ci rende vicini”

 

Descrizione dell’opera
Federico Patellani (Monza, 1911 – Milano, 1977) è stato uno dei maestri del fotogiornalismo italiano. Colto e sensibile narratore, testimone della società italiana, ha raccontato il Paese nel dopoguerra, la ripresa economica, la moda, il costume, la vita culturale. Patellani ha realizzato un reportage rigoroso, privo di retorica, attento a restituire all’osservatore gli elementi essenziali della narrazione.

La fotografia esposta fa parte di un più ampio corpus di immagini che racconta i giorni del referendum Monarchia-Repubblica del 2 giugno 1946, a Milano, un momento di enorme rilievo storico, nel quale per la prima volta, le donne sono ammesse al voto.

Federico Patellani è sulla torre del Castello Sforzesco e dall’alto scatta una fotografia: sotto di lui una miriade di persone indistinte riempie la piazza e satura l’inquadratura, lasciando immaginare una folla senza fine, unico soggetto, sopra la quale si proietta la grande ombra della torre stessa.

L’opera appartiene al Fondo ‘Federico Patellani’ costituito da circa 700 mila unità tra negativi, provini, diapositive e stampe, datati dal 1935 al 1976. I materiali sono collocati negli arredi originali dello studio di Federico Patellani, recuperati e installati nella Sala dell’Aurora di Villa Ghirlanda, a fianco del Museo.

© Guido Guidi
Mercato Saraceno, Forlì, 1972
Stampa alla gelatina bromuro d’argento 2004
Fondo Viaggio in Italia

Cercavo un’immagine di alberi perché ho bisogno di nutrirmi della loro bella semplicità. Mi ha colpito questa, per il luogo dello scatto: Mercato Saraceno, paese non famoso, dove mia madre, che ora non c’è più, ha trascorso la sua infanzia. Il soggetto all’inizio non mi piaceva. Ho riguardato la fotografia e solo allora ho notato l’ombra dell’albero. È stata un’emozione forte: l’albero c’era! Anima della casetta, che parte dalla terra, la attraversa e continua nella chioma di un altro albero… vero e vivo.
Elena Sacchi

“Sono nata a Milano e lavoro al Pertini come bibliotecaria in Area Ragazzi. Fosse per me, sarei sempre in viaggio e adoro anche solo immaginarlo: dove andare, come potrebbe essere, quali posti visitare… e se poi si avvera… meglio! Quando ero molto piccola, appena trovavo la porta di casa aperta, cercavo di uscire. Forse già si intuiva questa mia attitudine. Ho iniziato a sentire parlare del Museo quando ho iniziato a lavorare in biblioteca nel 2001, quando si stava costituendo, e ho assistito a tutta la sua evoluzione.  Come cittadina di Cinisello sono contenta che ci sia!”

 

Descrizione dell’opera
Guido Guidi (Cesena, 1941), è un maestro della fotografia italiana e un artista stimato a livello internazionale. Sottile indagatore dello spazio, ricercatore e docente, è attivo dalla fine degli anni Sessanta. Realizza importanti ricerche personali, indagando il paesaggio e le sue trasformazioni e sperimentando contemporaneamente il linguaggio fotografico.

La fotografia esposta rappresenta una piccola e semplice casetta prefabbricata molto simile a una roulotte o alla casa delle bambole, collocata in un paesaggio di campagna. La luce del sole inonda la casa e sul muro emerge l’ombra dell’albero di fronte, come una grafica, nero su bianco. Le fotografie di Guidi spesso si concentrano non sulla presenza diretta dell’uomo ma sulle sue tracce, insegnandoci che, osservati con attenzione e cura, anche i dettagli più quotidiani, i particolari meno appariscenti, possiedono una loro bellezza e ci raccontano delle possibili storie.

L’immagine appartiene al Fondo ‘Viaggio in Italia’, progetto promosso nel 1984 da Luigi Ghirri: un libro e una mostra composta da 300 fotografie di 20 autori italiani e stranieri che darà il via alla grande ‘Scuola di paesaggio italiana’. Le immagini di ‘Viaggio in Italia’ non raccontano più lo stereotipo del Bel Paese ma propongono immagini quotidiane, reali, lontano dai sensazionalismi dei luoghi simbolici e fuori dai canoni consolidati di rappresentazione del paesaggio.

 © Alessandra Spranzi
Il Velo,#1, anno 2007
Stampa cromogenica
Fondo Storie Immaginate in Luoghi Reali

Sembra quasi di sentire il calore della stanza, la luce che filtra dalle tende e che si riflette sul pavimento, di sentire l’odore della polvere accumulata sulle sedie accatastate e sui teli. Mi ricorda una giornata di primavera di quando ero piccola o di quando ci si sente felici, in pace, leggeri. Sensazioni che mi riportano all’infanzia, a casa di mia nonna, quando giocavo con mia sorella. Di solito prendevamo tutte le sedie dalla sala e le mettevamo vicine, le coprivamo con vecchi copriletti o con lenzuola un po’ rovinate, in modo da formare quello che per noi era una capanna o “una stanza nella stanza”. Era uno spazio nostro, fantastico, dove poter giocare creando e immaginando tanti mondi diversi.
Giulia Tini

“Nata a Milano, ho sempre vissuto circondata dal paesaggio urbano della sua periferia. Ho studiato filosofia e sono appassionata di fotografia. Non credo sia un caso; saper pensare aiuta ad osservare e saper guardare aiuta a riflettere. Mettere in immagini ciò che mi passa per la testa mi dà una sensazione di pace, di ordine e nello stesso tempo lo vivo una po’ come una magia. Una sensazione simile mi capita quando entro al Museo di Fotografia Contemporanea: vedere le mostre mi permette di entrare in una storia, in un racconto ogni volta diverso. È bello che ci sia un posto cosí in città, dove ognuno può ritrovare nelle immagini esposte qualcosa di se stesso, imparando allo stesso tempo qualcosa sulla fotografia”

 

Descrizione dell’opera
Dai primi anni Novanta Alessandra Spranzi (Milano, 1962) utilizza la fotografia e il video con progetti ogni volta diversi per raccontare una visione altra o alterata della realtà, sia attraverso la messa in scena sia con il prelievo di pezzi di realtà, o ancora intervenendo su materiale d’archivio.
La fotografia esposta appartiene alla serie Il velo, realizzata nel Casinò Municipale di San Pellegrino Terme, chiuso da tempo. L’autrice ha indagato il senso del passare del tempo e dell’abbandono attraverso i mobili trovati nel vecchio edificio, coperti da teli e lenzuola che li nascondono e proteggono. L’oggetto viene riconfigurato, resta in qualche modo riconoscibile e familiare ma nello stesso tempo acquista una forma nuova, autonoma. Sotto il velo il visibile diventa invisibile e la presenza è fondata sulla sua assenza. L’autrice riesce a staccarsi dalla visione oggettiva della fotografia documentaria per ritrovare le atmosfere evocative e sospese, caratteristiche della sua produzione artistica.
L’opera appartiene al Fondo ‘Storie immaginate in luoghi reali’, progetto di committenza del Museo di Fotografia Contemporanea nel quale otto artisti contemporanei italiani ed europei hanno indagato e interpretato otto luoghi storici e naturalistici della Lombardia.